Archivio per la categoria ‘Color Correction’

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Continuiamo la serie di articoli dedicati al Color Grading occupandoci questa volta di una elaborazione dello spazio colore per un certo verso anomala, denominata Cross Processing. Di diretta derivazione dal mondo della pellicola, in particolare dalla fotografia, il Cross Processing come molte delle cose migliori fu anch’esso scoperto casualmente sviluppando per errore una pellicola positiva con la soluzione chimica per negativi. Da quel momento in poi iniziò una sperimentazione generando risultati che hanno affascinato fotografi e cineasti vecchi e nuovi.

Storia e tecnica del Cross Processing
A differenza di altri processi più famosi, come il già descritto Bleach Bypass, il Cross Processing non è molto conosciuto in verità. Come sarà noto ai fotografi esperti di sviluppo chimico, una pellicola positiva, detta comunemente diapositiva o slide, si sviluppa con la soluzione chimica denominata E6, per la pellicola negativa da stampe si utilizza invece la soluzione C41. Queste sono le sigle comunemente conosciute dai tecnici sviluppatori dei laboratori, ma se invertiamo le soluzioni e sviluppiamo ad esempio una pellicola negativa in E6 otterremo un film positivo con i colori “acidati”, la latitudine di posa ristretta ed una virazione che sarà dipendente dal tipo e marca di pellicola usata. Lo stesso vale per una pellicola diapositiva che venga sviluppata in C41. In pratica si tratta di sviluppare la pellicola con la soluzione “sbagliata” e questo errore ha acceso la fantasia di filmmakers e fotografi. E’ infatti oggi un effetto adoperato molto spesso nella fotografia glamour.

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In campo video e cinematografico esistono svariati esempi di Cross Processing, spesso utilizzato per enfatizzare alcune sequenze è possibile vederlo in numerosi videoclips musicali. La pellicola del film Hellbreeder (id., 2004) è stata completamente sviluppata con questo sistema, come pure alcune sequenze di Three Kings (id., 1999), ma sicuramente il film nel quale ne è stato fatto l’uso più creativo è senza dubbio Domino (id., 2005) di Tony Scott che assieme al suo fidato DoP (Director of Photography, ndr) Daniel Mindel ha generato un look talmente estremo che, assieme alla storia ed all’incredibile montaggio, danno a questo film uno stile unico. Vedendo la pellicola del regista inglese si capisce subito che il Cross Processing, forse ancora più del Bleach Bypass, deve per forza di cose essere utilizzato in passaggi molto particolari, come ad esempio il flash back o la sequenze onirica e allucinata.

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Tony Scott inizia la sua sperimentazione nel cortometraggio Agent Orange (id., 2004) utilizzato come spot da Amazon.com e ha dato poi continuità all’esperienza accumulata nel lungometraggio Domino, dando sfogo a tutta la sua geniale inventiva. Nel fantasmagorico minestrone di tecniche di ripresa e processi fotografici utilizzati spiccano le scene sottoesposte e contrastate virate al giallo degli ambienti chiusi durante l’interrogatorio di Lucy Liu a Keira Knightley, come pure le riprese degli esterni nella Death Valley durante l’onirico incontro tra i protagonisti e l’oracolo vagabondo Tom Waits.

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Il Cross Processing in post produzione
Non c’è una tecnica definitiva per relegare il Cross Processing ad una specifica resa cromatica, come per la pellicola è necessaria la sperimentazione con esposizioni e prodotti diversi. I risultati visivamente migliori e più accattivanti fisicamente si ottengono con il processo pellicola diapositiva sviluppata invece che in E6, in C41. Pellicole come le Kodak danno dominanti giallastre, pellicole come le Fuji danno invece dominanti verdognole. E’ questo processo ed il materiale Kodak che andremo a simulare con il nostro Cross Processing e lo faremo in ambienti grafici come Photoshop, After Effects e Premiere Pro. Forniremo per l’occasione anche dei presets pronti all’uso per tali ambienti software.
Vediamo in dettaglio come ricreare un buon tipo di Cross Processing. Per l’occasione utilizziamo Photoshop che ci permetterà di analizzare tutti i passi per il raggiungimento dello scopo. La prima cosa da fare è modificare le curve dei singoli canali RGB dell’immagine caricata come segue:

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Consigliamo inoltre di applicare tale correzione tramite un Adjustment Layer così da offrire un maggior numero di regolazioni. Applichiamo il blending mode “Color” al livello appena creato.
Nota: quello riportato sopra è solamente un punto d’inizio, nessuno vieta di modificare a piacimento tali curve, fermo restando che esagerando si potrebbero ottenere dei risultati che comprometterebbero la resa finale.

Adesso aggiungiamo una tonalità gialla alla nostra immagine, dosata in modo da non schiacciare i colori presenti. Aggiungiamo un livello Solid Color di colore giallo puro (255, 255, 000), poniamo l’opacità al 10% ed il blending mode sempre come “Color”.

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Come ultimo passaggio non rimane che intervenire sul contrasto e questo lo possiamo fare in diversi modi: aggiungendo un Adjustment Layer come Brightness/Contrast oppure, se preferiamo, utilizzando le curve e regolando una risposta ad S come nell’esempio seguente:

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Questo ultimo sistema ha una maggiore capacità di intervento sull’immagine perché può essere personalizzato di volta in volta. Tale Adjustment Layer andrà lasciato come blending mode in modalità “Normal”. Per completare il tutto è sufficiente inserire questi tre Adjustment Layers in un gruppo, selezionandoli e da menù Layer > Group Layers (CTRL+G), per avere la possibilità di abilitare/disabilitare il nostro effetto Cross Processing semplicemente accendendo/spegnendo il livello gruppo, oppure regolandone la forza tramite l’opacità.

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E l’immagine animata che segue è il risultato che otterremo (essendo una GIF animata i colori sono ovviamente solo 256 ma bastano per rendersi conto della correzione introdotta dal filtro):

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Cross Processing in After Effects
Per After Effects, come è consuetudine da qualche tempo, preferiamo fornire un custom effect creato per l’occasione. In questo caso risulta molto semplice il legame tra i parametri dell’effetto ed i filtri standard di After Effects, tale legame è ovviamente gestito da expressions. Nell’immagine seguente è possibile vedere le caratteristiche del custom effect denominato Cross Processing:

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I parametri sui quali agire replicano quelli già descritti nel paragrafo precedente, vediamoli velocemente in dettaglio:

Yellow Tone: regola la quantità di tinta gialla da applicare alla clip.
Brightness: con questo slider si regola la luminosità del filtro.
Contrast: come già indica il nome viene regolato il contrasto della clip.
Gamma: si regola con questo comando il gamma, ovvero la luminosità dei grigi.

Nulla vieta di applicare tale custom effect direttamente alla clip, anzi può essere un nuovo tipo di intervento sulla colorimetria, se si vuole però un intervento preciso come descritto nel caso di Photoshop, sarebbe opportuno applicarlo ad un Adjustment Layer con blending mode “Color”. In questo caso il parametro “Contrast” non agisce in modo classico, per ovviare a questo si può applicare un secondo Adjustment Layer contenente il filtro di After Effects “Brightness & Contrast” con blending mode in modalità “Normal”. In questo caso inoltre si potrà regolare la forza del filtro agendo sull’opacità dell’Adjustment Layer. La scelta al miglior risultato.

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Non rimane quindi che scaricare il custom effect per After Effects alla fine dell’articolo ed iniziare ad utilizzarlo nei propri lavori.

Cross Processing in Premiere Pro
Nel software NLE di casa Adobe le cose stanno più o meno come negli altri software visti fin’ora, salvo il fatto che non disponiamo di Adjustment Layers e quindi non possiamo regolare la quantità d’intervento del filtro se non regolando manualmente le curve. Per il resto abbiamo i seguenti effetti applicati:

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Brightness & Contrast: regola la luminosità ed il contrasto della clip.
Gamma Correction: si regola con questo comando la luminosità della scala di grigi.
Tint: settare il parametro “Map White to” a giallo puro (255, 255, 000). Si regola la quantità di tonalità gialla tramite lo slider “Amount to Tint”.
RGB Curves: curve RGB regolate per il Cross Processing.

Forniamo in questo caso il preset per Premiere Pro delle sole “RGB Curves” in quanto gli altri sono effetti standard del software sono facilmente configurabili come indicato. Per caricarlo in Premiere Pro tasto destro sulla cartella “Presets” nella finestra Effects e da menù contestuale selezionare Import Preset, oppure accedere alla stessa voce dal menù che si apre con la icona in alto a destra della finestra stessa.

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DOWNLOAD CUSTOM EFFECT

Conclusioni
Ci auguriamo che questo articolo sia stato d’aiuto a tutti coloro che si avvicinano al Color Grading e che vogliono iniziare a sperimentare interventi colorimetrici accattivanti per donare ai propri lavori un look appropriato. Speriamo inoltre che le indicazioni sui metodi siano anch’esse apprezzate ed utili per futuri interventi di correzione.

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Il Glow non è propriamente un effetto di correzione o gradazione del colore ma bensì un intervento atto a sfumare e rendere “soffici” certi punti di un’immagine. Lo scopo è quello di donare un’aurea di sogno e di mistero ai personaggi o agli ambienti visualizzati, enfatizzando così parti di una sceneggiatura con il solo intervento grafico di diffusione delle luci. Quello che andremo a descrivere nell’articolo riguarderà la sola diffusione delle alte luci, imparando a selezionare solamente quest’ultime in modo che l’effetto Glow sia presente in maniera dosata e coerente nelle nostre immagini.

Un po’ di storia dell’effetto Glow
L’effetto Glow, letteralmente incandescenza, splendore, è quell’effetto che si ha quando le alte luci vengono avvolte da un alone dello stesso colore. Da non confondersi con l’effetto Flou dove praticamente tutta l’immagine è interessata dalla diffusione delle luci, creando un effetto confuso e con una notevole perdita di dettaglio. Il Glow ha quindi l’indubbio vantaggio di mantenere il dettaglio nel range medio e basso della scala di grigi, regalando così immagini luccicanti ma sempre ben definite.

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Nel cinema è stato utilizzato di frequente specialmente negli anni ‘70/’80 da registi quali Brian De Palma, bisogna però dire che, essendo l’effetto spesso ottenuto tramite filtri ottici interposti davanti all’obiettivo della camera, il risultato finale era sì quello della diffusione delle alte luci ma con un certo coinvolgimento di tutta l’immagine e della relativa scala di grigi, rendendo l’intervento molto meno preciso di quanto non sia possibile oggi con la moderna tecnica digitale. I risultati sono ben visibili in film quali Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re (The Lord of the Rings – The Return of the King, 2003), Kill Bill vol. 2 (id., 2004) o anche il thriller I Soliti Sospetti (The Usual Suspects, 1995) dei quali possiamo vedere delle sequenze dimostrative sotto:

Le ultime due sequenze sono degli ottimi esempi dove si può notare che l’uso fatto dell’effetto Glow non è di tipo classico, ovvero scena onirica, flash back o sognante, ma bensì un uso decorativo potremmo dire, per donare brillantezza a parti dei personaggi. In questi casi è lecito pensare che la scelta fatta sia stata dettata dal gusto personale più che dalla narrazione, forse valutata insieme ad un ventaglio di possibilità fornite dal direttore della fotografia. Altro esempio divenuto classico é Minority Report (id., 2002) nel quale Steven Spielberg ha letteralmente inondato le immagini di Glow e di effetti di aberrazione e riflessione ottica, viste poi in altri film estremi visivamente quali il giapponese Casshern (id., 2004).

La realizzazione dell’effetto in pratica
Come accennato il nostro effetto limita il proprio campo d’azione alle alte luci, in modo da imitare quello che avviene nell’occhio umano quando si visualizza un’immagine con dei forti punti luminosi intono ai quali si crea una sorta di alone di luce diffusa. L’effetto che se ne ottiene è molto gradevole visivamente e non crea perdite di dettaglio nel resto dell’immagine.
Analizziamo come al solito l’effetto in dettaglio utilizzando Photoshop quale strumento per l’applicazione e la misura dei parametri. La premessa perché tale effetto sia realizzabile è che nell’immagine siano presenti dei bianchi o quantomeno delle zone assimilabili alle alte luci, che andremo poi a selezionare.

Prendiamo l’immagine seguente, particolarmente adatta allo scopo, duplichiamo il livello con CTRL+J:

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adesso selezioniamo le alte luci nel livello duplicato utilizzando il comando Threshold richiamabile da menu Image > Adjustments > Threshold ed impostiamo un valore di soglia di 220. Tale valore non è tassativo ma solo derivato dall’esperienza, nulla vieta che per la selezioni delle luci si possano utilizzare altri metodi quale i Livelli o le Curve.

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L’immagine risultante che otterremo sarà la seguente:

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a questo punto applichiamo l’effetto Gaussian Blur con un valore empirico di 10.0 in modo da diffondere le zone bianche selezionate:

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Il layer con gli effetti Threshold + Gaussian Blur applicati è posizionato sopra l’immagine originale, adesso non dobbiamo fare altro che fonderlo con il sottostante, prestando attenzione al fatto che i bianchi e grigi vengano sovrapposti mentre le zone nere risultino completamente invisibili. Per ottenere questo ci rivolgiamo ad un “blending mode” specifico denominato Screen. Come già descritto nell’articolo riguardante il Bleach Bypass, il blending mode Screen agisce praticamente in modo opposto rispetto al Multiply. Per ogni canale lo Screen moltiplica l’inverso del Background e del Foreground per creare il colore risultante e da questo si ottengono dei pixel più luminosi a meno che il colore del Foreground non sia nero, in tal caso il risultato non cambia. Il tutto viene diviso per 255 in modo che si rientri nel range 0-255. L’uso classico è quello di aumentare il dettaglio in zone scure (ricordiamo che per invertire un colore l’operazione che viene eseguita è: 255 – X dove X è il canale colore Red, Green, oppure Blue). La formula del blending mode Screen è la seguente:

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Dove:

R = valore risultante (pixel per ogni canale RGB)
B = layer di sfondo (Background, nel nostro caso)
F = layer in primo piano (Foreground, “Glow Effect” nel nostro caso)

Da questo deduciamo che è proprio il blending mode che fa al nostro caso ed infatti il risultato finale sarà il seguente:

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Questo è in teoria quello che si deve fare per ottenere l’effetto Glow sulle nostre immagini. Di seguito vedremo come replicare tale intervento utilizzando i programmi di compositing e di editing della Suite Adobe, fermo restando che tale effetto è replicabile con qualsiasi software evoluto.

Glow Effect in After Effects
Iniziamo la descrizione dell’effetto Glow utilizzando uno dei più famosi software di compositing in circolazione. Per ottenere il nostro effetto ci rivolgiamo come al solito al flessibile Calculations. Ogni volta che abbiamo necessità di fondere con un blending mode un layer su se stesso il Calculations è l’effetto che dobbiamo utilizzare, evitando così di duplicare il layer da soprapporre.
Anche in questo caso abbiamo creato un Custom Effect denominato “Glow Effect”, molto semplice per la verità, che comprende solamente due regolazioni: Glow Light e Glow Blurriness.

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Glow Light: regola la quantità di luci alte che verranno interessate dall’effetto Glow.
Glow Blurriness: regola la dimensione dell’alone nelle luci alte selezionate.

I due parametri sono molto intuitivi e non necessitano di particolari delucidazioni ma solo di essere testati nel campo. Il Custom Effect come al solito fa riferimento, tramite expressions, ai filtri classici di After Effects. In questo caso:

FX Highlights: in realtà il filtro Threshold rinominato
FX Blur: in realtà il filtro Fast Blur rinominato
FX Screen: in realtà il filtro Calculations rinominato

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Il Glow Effect può essere applicato sia al layer di destinazione che ad un adjustment layer, in questo secondo caso si ha l’indubbio vantaggio di poterne regolare l’intensità agendo sul parametro Opacity.

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DOWNLOAD GLOW EFFECT CUSTOM FILTER

Glow Effect in Premiere Pro
In Premiere Pro è sufficiente replicare passo passo quello visto per After Effects, non abbiamo la possibilità di salvare un Preset con i tre filtri necessari ma data la semplicità di realizzazione dell’effetto è sufficiente trascinare dalla finestra Effects nella nostra traccia video i filtri nel seguente ordine:

– Threshold (Level = 218)
– Fast Blur (Blurriness = 25; Repeat Edge Pixel = On)
– Calculations (Second Layer Opacity = 100%; Blending Mode = Screen)

E modificare i parametri come riportato sopra ed in figura per ottenere già un buon effetto Glow sul quale lavorare:

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Conclusioni
Il Glow Effect appena descritto, come tutti gli effetti visivi, deve avere uno scopo ben preciso, non deve essere utilizzato come semplice abbellimento, cosa che purtroppo spesso si vede. Nessuno vieta di utilizzare tale effetto solo per dare lucentezza ad un intero video o film ma ricordatevi che alla lunga può stancare. Per imparare ad usare gli effetti visivi il nostro consiglio è sempre quello di osservare chi ha più esperienza di noi, dai grandi direttori della fotografia ai grandi registi, cercando di carpire le motivazioni di fondo che hanno fatto propendere per tali scelte.

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Iniziamo questa rassegna di articoli dedicati al Color Grading partendo da una delle correzioni colorimetriche più richieste e suggestive: il Bleach Bypass. Nato da un errore di sviluppo della pellicola, ovvero il mancato passaggio di bleaching (sbiancatura) e la conseguente ritenzione dell’argento nei colori nello strato di celluloide, il Bleach Bypass è diventato in poco tempo uno degli effetti più utilizzati in campo cinematografico e video. Vediamo in dettaglio come si può simulare con i software oggi a disposizione del colorist.

Storia e teoria del Bleach Bypass
La ritenzione delle particelle d’argento nella pellicola genera visivamente un effetto di desaturazione dei colori ed una diminuzione della latitudine di posa, che si traduce in una aumento generale del contrasto. Il primo film in assoluto dove fu utilizzata la tecnica del Bleach Bypass è stato Ototo (Her Brother, 1960) di Kon Ichikawa. Il regista, assieme al suo collaboratore Kazuo Miyagawa, entrambi ispirati dall’uso del colore visto in Moby Dick (id., 1956) nel quale fu interposto un piano di pellicola in B/N nel processo di transfer Technicolor, cercarono di ottenere una risposta dei colori simile ma molto più drammatica. Nonostante la sua precoce applicazione l’effetto rimase misconosciuto fino all’uso che ne fece il direttore della fotografia Roger Deakins in Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four, 1984) di Michael Radford. Da allora le pellicole nelle quali è stata utilizzata questa tecnica sono innumerevoli, gli esempi più recenti non possono che andare su Salvate il Soldato Ryan (Saving Private Ryan, 1998) e Minority Report (id., 2002) entrambi di Spielberg, Se7en (id., 1995) di David Fincher, ed il celeberrimo 300 (id., 2006) di Zack Snyder, ma la lista potrebbe andare avanti per pagine.

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Ognuno dei film dove è stata utilizzata questa tecnica di colorazione (in questo caso dovremmo scrivere decolorazione) ha una sua peculiarità estetica, la cosa in comune che invece balza all’occhio è che non si tratta di film sentimentali, nel senso classico del termine intendiamo. Questo deve far pensare da subito che tale tipologia di Color Grading enfatizza l’aspetto drammatico delle scene. L’emotività generata dalla visione di immagini alle quali è applicato il Bleach Bypass è tale che solo in un film dalle tinte forti può rendere al meglio. Questo non significa che non possa essere utilizzato in un film d’amore, ma bisogna essere consapevoli che la luce ed il colore sono informazioni molto importanti per il nostro cervello e che ad ogni tipo di risposta luminoso/colorimetrica viene associato, per natura o per cultura, un messaggio. Il Bleach Bypass si rivela quindi una carta molto importante nelle mani del direttore della fotografia e del regista, aiutandoli ad esprimere sensazioni con il solo uso del Color Grading. Il Bleach Bypass è utilizzato talvolta nel flashback o nei racconti di storie passate, lo scoloramento in questo caso è impiegato per descrivere un ricordo sbiadito e lontano nel tempo e nella mente.

Dal punto di vista prettamente tecnico si può affermare che un buon Bleach Bypass nasce in realtà già in fase di ripresa; il regista ed il D.o.P. (Director of Photography, ndr) devono avere consapevolezza di questo così da scegliere luci, locations, scenografie, costumi ed inquadrature adatte allo scopo ed al tipo di estetica che dovrà avere il film. Nel noto 300 il regista Zack Snyder ed il D.o.P. Larry Fong hanno letteralmente plasmato ogni luce, ogni inquadratura, ogni espressione del viso e dei muscoli corporei degli attori per ottenere lo strepitoso livello estetico raggiunto. Non basta quindi disporre del miglior software ed hardware del mercato per ottenere un prodotto di così alto livello, occorre pianificare e piegare praticamente tutta la produzione al risultato finale.

Il Bleach Bypass in pratica
Il Bleach Bypass dal punto di vista tecnico può essere ottenuto fisicamente, agendo sullo sviluppo della pellicola, oppure simulato con i moderni strumenti hardware/software a disposizione dei colorists. Films dove l’intervento è stato effettuato sulla celluloide sono tutti quelli precedenti all’avvento degli strumenti elettronico/informatico anche se esistono esempi recenti di produzioni con intervento di tipo chimico classico, come Three Kings (id., 1999) di David O. Russel oppure Domino (id., 2005) di Tony Scott, regista quest’ultimo grande amante del Bleach Bypass sottoesposto assieme al fratello Ridley.
Oggi la naturale tendenza è di girare e sviluppare, in caso di pellicola, immagini il più possibile neutre ed intervenire con il Color Grading in post produzione. Questo sistema ha indubbiamente il vantaggio di lasciare la strada libera a molteplici scelte. Se regista e D.o.P. decidono di cambiare stile di intervento estetico al film, possono in qualsiasi momento modificare i parametri fino ad ottenere il risultato desiderato. Questo processo di scelta preliminare è notevolmente meno costoso che lunghe prove e controprove di stampa della pellicola. Il software quindi si rivela un aiuto fondamentale e noi andremo ad esaminare la tecnica del Bleach Bypass utilizzando i programmi a nostra disposizione, senza scomodare impianti dedicati come daVinci 2K Plus della daVinci Systems, Lustre della Autodesk o sistemi Quantel come Paintbox e Pablo. In particolare analizzeremo l’applicazione di questa tipologia di Color Grading in Photoshop, After Effects e Premiere Pro.

Bleach Bypass con Photoshop
Iniziamo con l’analisi della tecnica di base utilizzando il software di fotoritocco e grafica raster più conosciuto ed utilizzato, in questo caso Photoshop CS3 Extended. Quanto sarà detto potrà comunque essere applicato a tutte le versioni del software dato sfrutteremo dei comandi base per ottenere il nostro effetto. Questa versione in particolare, denominata “Extended” offre la possibilità di processare non solo immagini singole ma anche video.
I metodi e le relative varianti per un buon Bleach Bypass possono essere molteplici, la più semplice è sicuramente quella di duplicare il layer da ritoccare (tasto destro > Duplicate Layer), desaturarlo (CTRL+SHIFT+U) in modo da ottenere un’immagine in bianco e nero (Foreground) e porre il blending mode di quest’ultimo in Overlay con il layer originale sottostante (Background).

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Il blending mode Overlay agisce come Multiply per i pixel scuri (con luminosità sotto il 50%), agisce invece come Screen per i pixel chiari (con luminosità sopra il 50%). Regolando l’opacità del layer originale si può ottenere la desaturazione desiderata.

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Di seguito vediamo come si comportano i due blending modes menzionati e descriviamo matematicamente quanto detto:

Multiply:

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Screen:

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Dove:
R = valore risultante (pixel per ogni canale RGB)
B = layer di sfondo (Background, “originale” nel nostro caso)
F = layer in primo piano (Foreground, “bianco e nero” nel nostro caso)

I valori di R, B e F sono dei numeri puri e variano da 0 a 255 per immagini ad 8 bit di profondità colore.
Il blending mode Multiply moltiplica pixel per pixel di ogni canale del Background con il Foreground. Il tutto viene diviso per 255 in modo da rientrare nel range 0-255. Come risultato ogni pixel del Background diventerà più scuro a meno che il Foreground non sia bianco, in tal caso non varierà; nei punti dove il Foreground è nero il risultato della fusione sarà nero. L’uso classico in sostanza è quello di aumentare il dettaglio nelle zone luminose.
Il blending mode Screen agisce praticamente in modo opposto rispetto al Multiply. Per ogni canale lo Screen moltiplica l’inverso del Background e del Foreground per creare il colore risultante e da questo si ottengono dei pixel più luminosi a meno che il colore del Foreground non sia nero, in tal caso il risultato non cambia. Anche in questo caso il tutto viene diviso per 255 in modo che si rientri nel range 0-255. L’uso classico in questo caso è opposto al Multiply, ovvero quello di aumentare il dettaglio in zone scure.
La combinazione di questi due blending modes da come risultato il nostro Overlay, come già accennato sopra. Tornando al Bleach Bypass le variazioni possono veramente essere infinite. Si può decolorare o meno l’immagine agendo sull’opacità del livello originale. Si può inoltre usare l’Overlay ritoccando i livelli, le curve, la luminosità ed il contrasto del livello in fusione (Foreground) oppure anche del livello ricevente (Background), si possono applicare altri blending modes come: Multiply, Soft Light, Hard Light, Vivid Light, Linear Light, o combinazioni di questi. Insomma c’è di che sbizzarrirsi per ottenere l’effetto desiderato oppure per fare un po’ di sperimentazione. Di seguito una serie di variazioni sul tema:

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Nota: i blending modes “Hard Light” e “Overlay” in questa particolare immagine hanno una resa molto simile.

Fino a raggiungere ritocchi estremi in stile cartoon come quello di seguito, utilizzando il blending mode Multiply ed agendo su luminosità e contrasto del livello in bianco e nero.

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Bleach Bypass con After Effects 7 Professional
In After Effects si può operare nello stesso identico modo visto per Photoshop ma in questo caso preferiamo introdurre l’uso di un altro potente e misconosciuto filtro: il “Calculations”. Tramite questo filtro è possibile applicare in Overlay non solo un layer in scala di grigi ma si possono applicare i singoli canali colore tutti insieme, separatamente o solo la scala di grigi. Questo estende enormemente le possibilità d’intervento per il Bleach Bypass. Non è necessario duplicare il layer perché questo filtro prevede l’inserimento di un layer di destinazione e quindi è sufficiente selezionare lo stesso layer al quale è applicato.

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Analizziamo i singoli parametri del filtro “Calculations”:

Input Channel: specifica il canale del layer che verrà applicato.
Invert Input: inverte il canale applicato in Input Channel.
Second Layer: specifica il secondo layer con il quale operare la fusione, nel nostro caso lo stesso layer.
Second Layer Channel: controlla il canale al quale applicare Input Channel.
Second Layer Opacity: specifica l’opacità del secondo layer.
Invert Second Layer: inverte i valori del Second Layer.
Stretch Second Layer to Fit: adatta le dimensioni del secondo layer al primo.
Blending Mode: specifica il metodo di fusione utilizzato, nel nostro caso l’Overlay.
Preserve Transparency: fa in modo che il canale Alpha non sia modificato.

Questo filtro se unito ad una correzione di luminosità e di tonalità può donare alle immagini un look davvero straordinario. Cogliamo l’occasione per fornire un animation preset customizzato che permetterà di effettuare tutte le elaborazioni per un perfetto Bleach Bypass ed in più aggiungere virazioni di tonalità.

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Il filtro custom non fa altro che applicare i classici filtri a corredo si After Effects tramite delle semplici expressions. I filtri utilizzati in questo caso sono: “Exposure”, “Calculations”, “CC Toner”, “Brightness & Contrast”.

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I parametri sono chiari ed intuitivi, l’unico che necessita di descrizione in particolare è il Bleach Color Type. Questo parametro controlla il canale di input ed i suoi valori vanno per interi da 1 a 5, facendo corrispondere i canali come segue:

1. RGBA (RGB + Alpha channel)
2. Gray
3. Red
4. Green
5. Blue

Il Bleach Amount controlla il livello di “slavatura” dell’immagine mentre il Tint Level la virazione applicata tramite il selettore colori Tint Color. Quello di seguito è un esempio di cosa si può ottenere con questo custom filter:

Il custom filter Bleach Bypass per After Effects è disponibile per il download. Il formato è FFX e si applica come un qualsiasi animation preset selezionando il layer di destinazione e poi da menù: Animation > Apply Animation Preset.

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DOWNLOAD BLEACH BYPASS CUSTOM FILTER

Bleach Bypass con Premiere Pro
Ottenere il Bleach Bypass in Premiere Pro è altrettanto semplice quanto in After Effects. Premiere Pro ha a disposizione lo stesso filtro “Calculations” con il quale effettuare la fusione di una traccia con se stessa.

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Una volta applicato il filtro “Calculations” alla clip, i parametri sui quali agire sono sempre Input Channel, Second Layer e Blending Mode. Per la regolazione della quantità di Bleach si agisce sul Second Layer Opacity. In questo caso è assolutamente necessario correggere la luminosità, il gamma ed il contrasto utilizzando gli appositi filtri in dotazione a Premiere Pro, come “Levels”, “Luma Curve”, “Luma Corrector”, etc…